lunedì 30 aprile 2012

E invece si chiama proprio FEMMINICIDIO

Scrive oggi un'autorevole opinionista del Corriere: "ma non chiamateli più femminicidi". E dimostra così (purtroppo), di non essersi mai occupata di questo argomento. Ci abbiamo messo tanto, signora Fedrigotti, a conquistarci questo termine e - finalmente! il riconoscimento del suo esclusivo significato. Che si teorizzi, addirittura, che utilizzarlo al posto di "omicidio" potrebbe fare apparire questi delitti "meno gravi" delle "normali" uccisioni richiede un chiarimento: si chiamano FEMMINICIDI. Sono le uccisioni di donne in quanto tali e in quanto tali considerate da alcuni proprietà personale. "Le parole contano, ed è pericoloso usarle con leggerezza perché possono modificare la percezione", scrive nel suoi trafiletto la signora Bossi Fedrigotti; e ha ragione. Proprio perché le parole sono importanti, non toccate la parola FEMMINICIDIO.

domenica 29 aprile 2012

Violenza sulle donne: ecco i complici

Scrive Luisa Betti sul Manifesto che i primi complici del femminicidio sono l'inerzia e la mancanza di volontà politica delle Istituzioni italiane; insieme a messaggi mediatici superficiali, misogini e irresponsabili. Ha ragione su tutto e aggiungiamo: le "istituzioni" le fa la politica, e la politica di questo paese è marcia. Il partito di maggioranza che per 17 anni ha "guidato" l'Italia verso il burrone, nel 2010 ha avuto il coraggio di togliere i fondi perfino al telefono contro la tratta delle schiave! e i partiti di "opposizione"? zero. Ma vediamo nel concreto alcune cifre (anche grazie all'articolo della Betti) sulla situazione italiana:
Educazione sessuale e relazionale nelle scuole: ZERO.
Osservatorio nazionale sulla violenza di genere: ZERO.
Ministro per le Pari Opportunità: ZERO (incarico accorpato a quello del Ministro del Lavoro).
Erogazione ad oggi dei 18 milioni di euro destinati per il 2011 ai centri antiviolenza: quasi ZERO.
Firma della "Convenzione europea di prevenzione e lotta alla violenza contro le donne" del 2011: ZERO. 
Posti letto nei centri antiviolenza previsti dal Piano europeo: 5.700. 
Reali in Italia: 500.
Scrive Luisa Betti: se una donna che subisce violenza viene accolta in un centro difficilmente rischia la vita. E ha ragione: ma, anche se i pochi dati che abbiamo sono terrificanti, i centri non ci sono.
Invece ci sono campagne sempre più aggressive perché i pochi centri che esistono vengano CHIUSI. 
E perché? perché covi gestiti dalle "nazifemministe", dove si fabbricano "false accuse", contro innocenti uomini accusati ingiustamente di violenze e pedofilia dalle solite donne carogna, solo per "misandria".
Non ci credete? Leggete QUA.
Firmiamole tutti le petizioni! e per fortuna che qualcuno cha ha voce per farlo si decide a lanciarle. Ma poi cerchiamo anche di andare a fondo dei problemi. Senza dimenticare che anche bulimia e anoressia sono risultati di una pressione sulle donne perpetrata da una violenza mediatica che le inchioda a modelli inarrivabili e non dà alcun nutrimento a un immaginario sano e potente.
E anche bulimia/anoressia sono una peste sociale totalmente ignorata dalla politica e dalle istituzioni.


lunedì 16 aprile 2012

Politica: sostantivo femminile

Un'intera giornata di discussione, alla partecipatissima assemblea nazionale di "Se non ora quando" di Milano, in cui comitati e donne provenienti da tutta Italia hanno messo sul piatto 2 condizioni non negoziabili, riguardo alla concezione delle liste elettorali e del modo di far politica in genereNello specifico, riguardo alle candidature:
1. parità di genere, 
2. trasparenza sui curricula e criteri basati sull'onestà e sul merito.

domenica 1 aprile 2012

Chi ha paura delle giornaliste non segretarie?

“Nel pieno del dibattito della libertà di informazione, alcune giornaliste milanesi lanciano un appello alle concittadine. Intitolato "Le donne della realtà", l'appello si rivolge a quelle che si dedicano al lavoro e alla famiglia, che contribuiscono allo sviluppo scientifico, sociale e morale del Paese, e che sono scomparse dai media: perché i riflettori sono accesi su modelli femminili distorti. Escort, veline, donne di carta che paiono avere un solo obiettivo: visibilità e carriera, soldi e favori elargiti da uomini potenti e danarosi. Le promotrici invitano al dibattito di lunedì 5 ottobre al Circolo della stampa: Lo scopo è quello di dare voce all'indignazione femminile di fronte al dilagare di un'informazione insensibile ai problemi della vita reale, a vantaggio di analisi che rendono sempre più virtuale il contatto tra media e Paese reale". Era il 9 ottobre 2009, e questa notizia usciva su “Unione femminile”. Da allora Paola Ciccioli, non solo nella sua professione, ma anche tramite il suo blog “Donne della realtà”, ha mantenuto il suo impegno attivamente critico per un’informazione non distorta e non sessista.
Pochi giorni fa, il 23 marzo, ha ricevuto una lettera di licenziamento e a quanto pare le ragioni risiedono in un comportamento critico verso la gestione editoriale di Giorgio Mulé, il Direttore della sua testata: Panorama. 
Al Direttore chiediamo: ma la signora Ciccioli era assunta come giornalista, o come assistente, o segretaria?
Perché se alle giornaliste è tolto il diritto di essere critiche, come possiamo definirle giornaliste anziché “segretarie”?
Aspettiamo ora le decisioni della Magistratura.